
POETA E SCRITTORE • Pietro Ponzo, soprannominato Pietrou de Bielo, nacque al Preit di Canosio nel 1905. “Sono nato montanaro, lassù, in una delle più alte frazioni della valle Maira e ringrazio Dio che mi ha fatto nascere lassù, vicino alle alte vette, piuttosto che in un vicolo di città, perché lassù fin dalla tenera età ho potuto conoscere le infinite bellezze della natura nelle sue creature viventi, nelle sue piante, nelle sue nevi, come in tutti i suoi imponenti e molteplici sconvolgimenti atmosferici. Ho contemplato il rotolare delle valanghe e tremato alla furia dei torrenti in piena”, così scriveva.
In gioventù iniziò a fare il pastore di merinos migrando stagionalmente, come molti convalligiani, in Provenza. “In compagnia di un cugino e con il viatico di centro lire (dico cento lire), ma di quelle buone di allora, raggiungemmo Arles, capitale dei grandi allevamenti di pecore merinos. In poco tempo fummo assunti da un “Mas”, una fattoria agricola. Mi trovai sbalestrato tra la piana desertica della Crau e la Camargue: avevo da prendermi cura di quattrocentocinquanta arieti. Rimasi con quella famiglia tre anni e trattato bene! Quei grandi spazi erano fatti per me (avevo diciassette anni) e ancor più mi entusiasmavano le belle cavalcate, durante le quali si ispezionavano i branchi dispersi negli acquitrini. Poi feci l’esperienza indimenticabile della Routo, la transumanza che porta le greggi dalla Camargue alle Alpi: ventotto giorni incessanti di marce a piedi. Li rivedo ancora con gli occhi della memoria quelle magnifiche greggi di migliaia di capi, vera fiumana di lana, che fluivano lungo le valli della Savoia, dell’Isère, del Delfinato, della Provenza…”.
Dopo la seconda guerra mondiale si sposò e tornò a lavorare stabilmente a Canosio. Negli anni ’70 del Novecento iniziò a narrare, in prosa e poesia, in italiano e occitano, il mondo della civiltà alpina di cui era stato protagonista: la sua prima opera letteraria fu Val Mairo la nosto, cui seguirono Val Mairo Viéio Suhour e Gent de ma valado. Una voce dalla valle.
Pietro Ponzo è venuto a mancare nel 1992.
Eriàn libres
Eriàn lìbres; coùro, d’istà, fihétos e garioùns,
‘mbou lach e pan al matìn e pan e toùmo a mesjoùrn,
anaviàn ‘n pastúro a féhos ou vàchos, a chabàl ou eilamoùn.
Eriàn lìbres; a ‘n aquél bel temp,
coùro ‘mboù ‘n estrà de neissénso e dousént lìre ‘n sacòcho,
la s’anàvo ‘n Franço, ‘n Espàgno e a ‘n d’àuti quat vents.
Eriàn lìbres; aloùro, se ‘nti champs ou ‘nti pra,
aviàn travaià da roùmpese l’esquìno,
‘na poulénto voùncho, ou poulénto e toùmo, avìhen ben minjà.
Eriàn lìbres; coùro, de primo ou d’istà,
garçoùns e mendihétos,
tant per ‘nterès coùmo decò per ‘ncountràrse,
mountàvon sus i cols a quèir starnudèlos e vioulétos.
Eriàn lìbres; a Pasco e Deiniàl,
raviòlos de toùmo, ‘n bichèl d’ vin, na mìco d’ pan biànc,
èro per túchis, sìe joùves que vìeis, un ver bon regàl.
Eriàn lìbres; que que se n’en dìse,
se, ‘mbou d’ sòcos ou chaussìer di broucoùn,
marchàvoun sle vìos piànos e sus i viòls di coustoùns.
Eravamo liberi
Eravamo liberi; quando, d’estate, ragazzine e ragazzi,
con latte e pane al mattino e pane e toma a mezzogiorno,
andavamo al pascolo di pecore o mucche, a valle o a monte.
Eravamo liberi; in quel bel tempo,
quando con un estratto di nascita e duecento lire in tasca,
si andava in Francia, in Spagna e agli altri quattro venti.
Eravamo liberi; allora, se nei campi o nei prati,
avevamo lavorato fino a romperci la schiena,
polenta concia, o polenta e toma, avevamo mangiato bene.
Eravamo liberi; quando, la primavera o d’estate,
ragazzi e fanciulle,
sia per interesse che per incontrarci,
salivamo sui colli a raccogliere arnica e violette.
Eravamo liberi; a Pasqua e Natale,
ravioles di toma, un bicchier di vino, una micca di pane bianco
era per tutti, giovani e vecchi, un regalo davvero buono.
Eravamo liberi; checché se ne dica,
se, con zoccoli o scarponi chiodati,
camminavamo su strade pianeggianti e sui sentieri dei costoni.



